Armi e bagagli. Un diario dalle Brigate Rosse

Edito da Costa & Nolan, 1998
224 pagine, 13,43
ISBN 8876483160

di Enrico Fenzi

Recensione

Recensione di Premoli, M., L'Indice 1988, n. 2

"Troppo spesso mi sono sentito domandare: 'Perché? Perché l'hai fatto?' (curiosamente mai dagli amici). E può darsi che questo sia pure il tema nascosto di queste pagine: un lento paziente giro attorno alle risposte possibili". Così si apre uno dei primi capitoletti di "Armi e bagagli" di Enrico Fenzi, già docente di letteratura italiana presso l'Università di Genova, due volte arrestato e condannato per appartenenza alle Brigate Rosse. Tuttavia, penso che chi si accostasse a questo libro con l'intento di capire perché, perché la lotta armata in Italia, non ne caverebbe un ragno da un buco. O anche solo perché una persona dotata evidentemente quanto meno di una intelligenza normale si sia infilata in un'avventura così incredibile - nel senso di non credibile, sotto l'aspetto politico prima di tutto, ma anche umano - ne rimarrebbe probabilmente deluso.
Il racconto scorre, e scorre anche molto bene. I primi approcci con l'organizzazione, i primi volantinaggi clandestini davanti alle fabbriche, la prima azione, l'arresto, il carcere, il processo seguito dall'assoluzione. E poi di nuovo la voglia di ributtarsi nell'avventura, le riunioni con i vertici dell'Organizzazione, l'entrata in clandestinità, l'abbandono delle persone care, e infine il nuovo arresto. Il carcere...
La scrittura è accurata, colta, incisiva, sfaccettata. È un racconto bello, ma al contempo terribile. È bello perché lascia aperte mille domande, accenna, allude, evoca, non dà tagli netti, certezze. Anche nel momento della scelta iniziale, Fenzi s'interroga: "Ero affacciato su una buia voragine, mi ci stavo buttando dentro. Perché? (...) La risposta tanto vera quanto scontata sarebbe stata perché volevo combattere per un mondo migliore... (...) Tutto ciò era vero, ma ancora generico: valeva per me e per molti altri, non per me solo, lì, davanti a quei due, pronto a seguirli lungo una strada intrisa di sangue, di violenza, di terrore (...). Le risposte che mi davo erano confuse, deboli, perché non le davo con il cervello ma con il cuore...".
Eppure è un racconto terribile proprio per le stesse ragioni, perché non dà risposte, risposte a fatti che sono stati e che quindi vorrebbero una loro ragione. Perché tra questi, i più incolmabili, i più irreversibili, le morti - su qualsiasi sponda si siano date - sono effetti che ci è difficile, amaro, lasciare senza una causa.
Va subito detto che "Armi e bagagli" non è certamente un libro che vuole parlare di Storia. Non solo non è la Storia della lotta armata in Italia, ma neppure la Storia della se pur minima partecipazione ad essa di uno dei suoi attori. D'altro canto, credo sia impossibile fare Storia di sé stessi. Credo che questa nostra storia, così drammatica, pesante, che da tante estrose e plausibili premesse, sulle piazze, alla luce della fantasia e dell'ingegno, ci ha risucchiati a sé come in un gorgo nichilistico - pur avendone apparentemente tutt'altri connotati - sia ancora troppo scottante sulla nostra coscienza, per distaccarsi da noi come pelle secca e farsi Storia.
Le situazioni sono tracciate qui per brevi accenni, a volte con leggero distacco, altre con sottile umorismo, o ancora con profondo coinvolgimento, così come d'altronde capita nella vita - ferimenti, scontri di linee politiche, tensioni carcerarie, morti. Le motivazioni affiorano qua e là, disordinatamente, come foglie ingiallite spinte dal vento della casualità più che della causalità - il "tradimento" del Pci, la ristrutturazione selvaggia, la necessità di alzare lo scontro... Appena ci si avvicina al vivo di una qualche questione, il colore della descrizione distoglie la nostra attenzione dal nocciolo della stessa. Un colore sapientemente dosato, tenue, poetico, o ancora sferzante e stridente, quando è quello che ci vuole. Quasi un bisogno dell'autore di fare appello al contorno, agli oggetti, allo sfondo per non perdersi di nuovo in un incubo.
E qui probabilmente sta il problema. Le comprensibili - a mio avviso - lacune di questo "diario dalle Brigate Rosse", come recita il sottotitolo. Nell'impossibilità di trascrivere con la penna del poi le forzature ideologiche sottese alla lettura che le organizzazioni combattenti il "partito armato", facevano allora del presente, della società e dei suoi guai. Della posta in gioco sul tavolo del Potere - perché con le armi in pugno è di Potere che si tratta - e delle regole del gioco. Schemini rigidi, appiattenti. Che ritagliavano dalla complessità risposte rigide, appiattenti, e per questo terribili e crudeli. Impossibilità di trascrivere tutto questo pena una nuova condanna inferta di mano propria, pena riprecipitare con nuova gratuità in quel gorgo: pena riattaccarsi addosso quell'odore di paura e di morte emanato e vissuto. Ma soprattutto impossibilità di trascrivere tutto questo perché quel linguaggio, quella logica sono divenuti, col disinnesco del corto circuito semplificatorio, simulazioni quasi indecifrabili. È forse ancora più amaro, ma molto spesso è purtroppo così.
Qualcuno potrebbe obiettare che allora, se non si vuole rischiare "Tutta la Verità", meglio il silenzio. Forse. Anche se è vero che la Verità non è mai Tutta. O meglio, che non vi è una sola Verità.
È legittimo chiedersi, d'altro canto, se si tratti comunque qui di rimozione furba e consapevole o di naturale cesura della memoria. È difficile a dirsi. Certamente non spetta a me, anche se, personalmente, propenderei per la seconda ipotesi. Ma, comunque sia, un fatto mi pare certo: che di questa sua storia l'autore fa letteratura.
Né direi che di irresponsabilità si possa tacciare questo approccio alla conoscenza delle cose. Certamente fu più irresponsabile, nel senso immediato di fuga dalle proprie responsabilità individuali oltre che sociali, l'abbandono del terreno "di lotta" quotidiano, con i suoi invisibili movimenti, i suoi due passi avanti e due indietro, con la miopia e le scaltrezze della controparte, per quel miscuglio di piazza Rossa e di America Latina, di CIA e di Medio Oriente, che simulammo malamente, chi per un verso chi per un altro su un terreno irto di problemi - sul quale tra l'altro ci muovevamo diciamo pure con responsabilità, da anni- ma di ben altra natura.
E allora, tolta la griglia forte dell'ideologia impossibile, quello che rimane sono le persone, i contatti di pelle, gli odori, gli ambienti, le impressioni, le emozioni, le paure. Ma questa non è più storia è letteratura. D'altro canto anche la letteratura dice delle cose. Se cadiamo bene, un romanzo ci può far capire un contesto storico più di mille libri di storia. Solo, nega a priori l'oggettività del contenuto. È uno spaccato umano che non ha il dovere di dare i propri riferimenti, le proprie citazioni. L'unico dato indiscutibile è il nome dell'autore. Ma anche questo non deve dimostrare la veridicità del suo io narrante. E come tale pensiamo che "Armi e bagagli" vada letto. E che, sotto questa angolatura, possa anche dare degli spunti di conoscenza di quel fenomeno complesso che è stato il terrorismo. Fenomeno dai più diversi motori, che ci piacciano o no, e che prevedeva anche un professore che, a tempo perso, in mezzo a persone che si addestravano con le mitragliette, andava in biblioteca a preparare un saggio sul "Convivio" di Dante. Poiché questo l'autore, ci dice in un periodo, faceva.
E che prevedeva anche - come ci viene raccontato - episodi angosciosi ed emblematici come quello dell'operaio dell'Italsider che, legatosi attorno al collo, con la propria fragilità, il cappio di una ideologia fondata sulla coercizione, dopo vari maldestri tentativi, riesce a liberarsene solo stringendoselo definitivamente, una volta per tutte, in una buia cella di carcere.
Pagine di letteratura che ci colpiscono nel profondo, che non ci lasciano indifferenti.
Ma allora, ci domandiamo, perché a quei mutevoli personaggi da romanzo, che si stagliano sullo scenario del dramma, dare i nomi di persone realmente vissute? Visto che non di capatine in biblioteca per esse spesso si trattava, ma di ben altri "pranzi di gala", oggi deprecati? Poiché solo in un libro di Storia è importante sapere che Robespierre, ad esempio, fu il promotore del Terrore, mentre in un romanzo dei personaggi interessa solo ciò che essi significano, il senso che possono avere rispetto al contesto, o anche alle nostre vite.
Forse, comunque, al di là delle pecche di modestia dell'autore, al di là della buona scrittura che ci chiama complici, il pregio di questo romanzo è proprio la sua terribile assenza di risposte ai perché, la consapevolezza di non saper dare una risposta, che ci invita ancora a cercare le mille risposte possibili.
Perché ricercare la verità è un ottimo proposito, basta essere pronti a non trovarne una sola, quella che si vorrebbe. E comunque partecipare alla ricerca. E questo lo dico prima di tutti a me.

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